Blog Guerra e pace, ordine mondiale

La neutralità, un’opportunità per l’Italia e per il Sudtirolo

Trascrizione di una conferenza del 10 ottobre 2026, con Bruno Scapini, ex ambasciatore

La neutralità consentirebbe all’Italia e al Sudtirolo di destinare maggiori risorse finanziarie al sistema sociale, all’istruzione, alla sanità e all’ambiente. La NATO impone ora agli Stati membri di destinare il 5% del proprio PIL a fini militari, il che equivale a circa il 10% della spesa pubblica annuale. Il potenziamento militare, tuttavia, non garantisce maggiore sicurezza, ma aumenta il rischio che in Italia e anche in Sudtirolo possano verificarsi operazioni belliche con conseguenze devastanti per le persone e l’ambiente. La neutralità conferirebbe all’Italia maggiore sovranità nel definire autonomamente la propria politica estera. La neutralità contribuirebbe inoltre alla coesistenza pacifica delle grandi potenze mondiali.

I cittadini sono invitati a sostenere l’iniziativa legislativa con la propria firma: fino al 24 ottobre 2026 in tutti i Comuni dell’Alto Adige; fino al 10 novembre 2026 solo in formato digitale.

La registrazione audio della conferenza ed ulteriori informazioni si trovano su

https://www.habitvital.net/it/societa/territorio-legale/ordine-mondiale/neutralita-italia

Sintesi della conferenza con Bruno Scapini

Bruno Scapini e il «Comitato Italia Neutrale» hanno lanciato un’iniziativa legislativa volta a ridefinire l’Italia come Stato neutrale e a sancire espressamente la neutralità nella Costituzione italiana, fissando al contempo dei limiti costituzionali al trasferimento di competenze statali a organizzazioni internazionali. Egli spiega come la NATO e l’Unione Europea limitino la libertà decisionale dell’Italia in materia di politica estera, aumentando così il rischio di essere trascinata in conflitti internazionali. Come esempi cita le guerre contro la Serbia, in Iraq e in Libia, nonché il sostegno italiano all’Ucraina.

Scapini collega questa dipendenza in materia di politica estera ai problemi economici e sociali dell’Italia. Critica il progressivo indebolimento economico, la disuguaglianza sociale, la povertà, l’emigrazione dei giovani lavoratori qualificati e la perdita di fiducia nelle istituzioni statali, causata da fattori interni. Considera inoltre la crescente militarizzazione dell’Europa e l’aumento delle spese per gli armamenti come un onere per settori pubblici quali la sanità, l’istruzione e la ricerca.

Come alternativa, propone una politica di neutralità attiva. L’Italia dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla mediazione di pace, sulla prevenzione diplomatica dei conflitti e sul proprio ruolo storico nell’area del Mediterraneo. La neutralità non significa debolezza o isolamento, ma autonomia politica, coesistenza pacifica e la possibilità di allentare le tensioni internazionali.

Nella discussione che ne segue si parla, tra l’altro, di una manovra della NATO in programma in Italia dal 13 al 20 ottobre 2026, che dovrebbe simulare una guerra nucleare. Altri temi trattati sono le possibili reazioni di altri Stati a una linea di neutralità italiana e la raccolta delle firme necessarie a sostegno dell’iniziativa. Scapini sottolinea infine che la neutralità dovrebbe essere per l’Italia un obiettivo nazionale a lungo termine e un valore fondamentale per rafforzare la propria sovranità e proteggere le future generazioni dai rischi di guerra.

I 10 punti chiave

1-L’instabilità mondiale deve indurre per l’Italia un ripensamento critico sul suo ruolo geopolitico;

2- Non c’è equivalenza tra quanto l’Italia ha dato alla NATO e quanto ha ricevuto;

3- l’Italia deve tornare a pensarsi come soggetto attivo della propria Storia e non passivo di Storia altrui;

4- Tra le crisi che investono l’Italia quella più pericolosa è la subalternità mentale;

5-Con la NATO l’Italia non riceve protezione, ma esposizione a rischi di guerra e di rappresaglie;

6-Oggi l’Italia è a un bivio. Deve poter scegliere: o riarmo o coesistenza pacifica;

7-La Pace non è una semplice opzione alla guerra, ma una scelta politica consapevole e responsabile;

8-La Neutralità quale condizione per un rinnovamento storico;

9- La Neutralità, premessa per un nuovo ruolo geopolitico;

10-Le alleanze militari non portano alla risoluzione delle crisi, anzi, le esasperano.

Trascrizione della conferenza

La neutralità non è un valore solo per noi che vogliamo spingere l'Italia verso questo obiettivo, ma è un valore che già molti paesi hanno adottato. E vediamo la Svizzera, proprio ai confini con l'Italia, la stessa Austria. Poi abbiamo anche altri paesi. Abbiamo l'Irlanda, abbiamo Malta, abbiamo Cipro, c'è la Moldavia, c'è la Serbia, che hanno adottato la neutralità anche se con sfumature, devo dire, differenziate. Però il principio è quello. Ma la cosa che, devo dire, mi rammarica molto è constatare che due paesi, due grandi paesi di grande tradizione neutrale, la Finlandia e la Svezia, ahimè, tra il 2024 e il 2025, rispettivamente, si sono fatte trascinare come membri dell'alleanza atlantica. E quello che mi rammarica di più è constatare come questa scelta da parte della Finlandia e della Svezia, che erano paesi neutrali, ma per secoli sono stati neutrali, sia stata adottata unicamente a livello politico, dal governo dei paesi, e non tramite un referendum popolare. Il popolo della Finlandia e della Svezia non sono intervenuti nel dire sì o no per questa adesione alla NATO, all'alleanza atlantica. E questo la dice lunga sul fatto che i paesi sono stati indotti artificiosamente dalle gerarchie euro-atlantiche. Questo veramente mi rammarica, perché io sono convinto che se riusciremo in Europa ad avere più paesi neutrali, credo che proprio la Finlandia e la Svezia saranno i primi prossimi candidati per riacquistare la neutralità. Ora, andiamo al nocciolo della questione.

Allora, oggi parliamo di neutralità dell'Italia. Io vorrei fare due riferimenti. Uno è la affermazione del presidente tedesco Steinmeier, fatta nel febbraio del 2025, a un mese dall'ascesa al governo alla Casa Bianca del presidente Trump. Cosa ha detto il presidente tedesco Steinmeier? Ha detto «Non mi sarei mai aspettato di dover difendere l'Ucraina dagli Stati Uniti». Poi c'è un altro riferimento che vorrei fare, ed è quello del 6 marzo del 2025. Che cosa è successo il 6 marzo del 2025? A Bruxelles, il Consiglio europeo, insieme alla Commissione, adotta la decisione, di stanziare 800 miliardi di euro per il riarmo europeo. Questo lo dico perché i due riferimenti da me citati hanno dato una profonda accelerazione a quel processo di destabilizzazione dell'Occidente, ma credo di conseguenza anche planetario, che è iniziato già da diversi anni, e più in particolare è iniziato proprio con lo sconvolgimento che ci ha provocato la pandemia da Covid-19. Ora, in questo scenario di instabilità, di cui i miei riferimenti fatti poc'anzi sono testimonianza, io dico che parlare di neutralità potrebbe sembrare a qualcuno una sorta di azzardo, un azzardo politico, un azzardo ideologico. Perché? Perché qualcuno potrebbe utilizzare questa idea della neutralità proprio per banalizzare l'argomento, per renderlo sciocco, quasi inutile. Oppure lo può utilizzare per una provocazione politica. Io dico che bisogna sgombrare il terreno da questi luoghi comuni. Bisogna rimuovere queste false considerazioni per affrontare il tema della neutralità dell'Italia, contestualizzandolo proprio nella attuale situazione politica italiana e geopolitica, a livello internazionale.

Le crisi

Noi stiamo assistendo ad una serie di crisi da qualche anno. Parliamo di crisi ambientali, di crisi energetiche, parliamo di crisi ecologiche, di inquinamento, di crisi climatica. Ma tra queste crisi c'è una crisi che è più grave e pericolosa delle altre. È la crisi della belligeranza diffusa. Certamente noi quando pensiamo alla belligeranza, alla crisi bellica, intendiamo riferirci principalmente alla guerra russo-ucraina, che naturalmente ha causato una gravissima destabilizzazione in Europa, nell'Occidente, nei paesi nostri, che sono ovviamente molto dipendenti da fonti energetiche estere. Ma queste crisi, però, se noi chiediamo ai politici attuali come risolverle, la risposta che noi otteniamo è quella di ricorrere a progetti di resilienza, progetti di sostenibilità, e questi sono i due termini sui quali io vorrei attirare la vostra attenzione perché ne parlano proprio le elite globaliste. E poi parlano di transizioni. Ad ogni crisi c'è una transizione. Crisi climatica, transizione climatica. Crisi energetica, transizione energetica. Questo vuol dire tutto, ma anche il contrario di tutto. Ma non vuol dire, però, la cosa più importante, e cioè che l'Italia deve tornare a pensarsi come soggetto attivo della propria storia e non come oggetto di storia altrui. Ma per arrivare a questo ripensamento critico occorre far capire come la prospettiva della neutralità dell'Italia si inserisca storicamente, materialmente, nel nostro percorso di vita nazionale. Quando noi parliamo di ripensamento critico, però, non possiamo dare una risposta concreta se non rispondiamo ad un'altra domanda, e cioè: quali sono oggi gli interessi nazionali dell'Italia. Una domanda che non è retorica, è una domanda semplice. Ma ci sono dei politici che oggi si sono posti questa domanda? Io da come apprendo dai media, nessun politico parla di interessi nazionali, se non di qualche interesse estemporaneo, contingente. Ma gli interessi nazionali sono interessi che obbediscono a delle direttrici storiche ben precise. E allora, se noi chiediamo a questi nostri politici di oggi quali sono gli interessi nazionali, loro diranno, ma certamente, sono due gli interessi fondamentali dell'Italia: l'Unione Europea e l'Alleanza Atlantica. Questo è il solito refrain, il leitmotiv, diciamo, con il quale ci hanno bombardati per decenni, ed io ne sono testimone. In 40 anni di carriera diplomatica ho sentito discorsi alla Farnesina (Palazzo della Farnesina, sede del Ministero degli Affari Esteri) quando si dovevano prendere delle decisioni, in cui si diceva sempre, prima di adottare una posizione: dobbiamo sentire Bruxelles, oppure dobbiamo sentire Washington!

La sovranità, un interesse nazionale dell’Italia

E questo che cosa significa? Che noi abbiamo in Italia una vera libertà decisionale in politica estera e di difesa? Non credo proprio. E la prova è sotto i nostri occhi, oggi. L'Unione Europea e la NATO possono benissimo aver assolto qualche bisogno dell'Italia, a suo tempo, soprattutto nella fase post-bellica, della seconda guerra mondiale, ma se ben guardiamo, da un certo momento della storia repubblicana, l'Unione Europea e l'Alleanza Atlantica si sono tradotte praticamente in due grandi sciagure per noi. Perché? E lo vediamo subito.

L'Unione Europea, che è nata come mercato unico, ha funzionato bene all'inizio, perché ci ha dato questa libertà di interscambio con altri paesi, basata sul principio economico della ragione di scambio. Ma poi questo principio della ragione di scambio, che è un principio economico fondamentale, è stato calpestato, non è stato più osservato, perché da Maastricht in poi non abbiamo più avuto il mercato unico, ma abbiamo avuto le comunità europee e poi l'Unione Europea. E da Maastricht, dal 1992 in poi, c'è stata una procedura continua, progressiva, di sottrazione di sovranità a tutti gli stati membri dell'Unione. E l'Italia è tra questi paesi.

Anche con la Nato la situazione è negativa. È negativa per l'Unione Europea, perché proprio da Maastricht in poi l'Italia ha conosciuto una retrocessione economica. Non dimentichiamo che nel 1991-92 l'Italia era la quarta potenza industriale mondiale. Oggi siamo la nona, signori, e c'è una bella differenza. Con l'alleanza atlantica, invece, noi ci siamo trovati esposti, non difesi, ma esposti a rischi di coinvolgimento in guerre che non abbiamo mai deciso e mai voluto. Guerre decise da altri. E lo vediamo questo, se facciamo un piccolo esame introspettivo, o meglio, retrospettivo, nella storia. Nel 1999, siamo andati a bombardare Belgrado. E questo bombardamento, che cos'era? Non era forse una partecipazione dell'Italia a una guerra che non è stata decisa dall'Italia, e che non è stata neanche approvata dal Parlamento in quegli anni? E poi nel 2003 siamo entrati in guerra con l'Irak. E nel 2011 abbiamo avuto una guerra con la Libia. E oggi cosa facciamo? Oggi aiutiamo, con forniture di armi e con pacchetti finanziari, l'Ucraina. E questo non vuol dire che noi siamo estranei alla guerra solo perché non abbiamo messo un paio di scarponi militari sul territorio ucraino. No. Perché per il diritto internazionale un paese che sostiene, offrendo le proprie basi, oppure offrendo pacchetti finanziari, quindi aiuti sostanziosi dal punto di vista economico e addirittura forniture dirette di armi, per il diritto internazionale quel paese è un paese belligerante. E l'Italia oggi non può non considerarsi un paese belligerante in questa guerra tra la Russia e l'Ucraina. 

Poi l'Italia, dicevo, da lungo tempo ha conosciuto un declino economico. Certo, l'Italia è un paese che ha un'ossatura economica abbastanza forte, solida. Però noi abbiamo avuto un degrado progressivo. Da quarta potenza, dicevo, siamo arrivati ad essere la nona. E le previsioni sono che fra 10-15 anni probabilmente saremo la quattordicesima, quindicesima potenza mondiale. Ecco quindi che noi dobbiamo soffermarci proprio sulla presenza di queste crisi per l'Italia. Perché non si tratta soltanto di crisi economica. Certo, la crisi economica la dimostriamo con una crescita che è quasi 0%, 0,4%, 0,5%. Non riusciamo ad arrivare all'1% del PIL. Ma poi abbiamo anche una continua emorragia di imprese che chiudono. Negli ultimi anni pare che si siano chiuse parecchie imprese produttive. Che non sono state poi compensate da nuove imprese. Perché mentre chiudono le imprese veramente produttive si aprono invece quelle più semplici le, Start-Up, per fare dei lavori più che altro marginali. Quindi la crisi non è solo economica, dicevo, ma anche sociale. Noi in Italia oggi abbiamo 6 milioni di individui in povertà assoluta. E una famiglia su tre, proprio grazie a queste ultime crisi energetiche è stata costretta a ridurre i consumi alimentari. Cosa gravissima. Ciò vuol dire che veramente la forbice tra ricchezza e povertà si sta allargando enormemente e drammaticamente.

E poi c'è un altro problema, l'emigrazione. Ne parlavamo prima, con l'architetto. Negli ultimi dieci anni è ripresa l'emigrazione italiana. Quello che era il ricordo degli anni 60-70 quando c'era un grande flusso migratorio verso la Svizzera e la Germania dall'Italia. Poi c'è stata la fase del rientro degli italiani. E lì sembrava che l'Italia non avesse più questa negatività. Però oggi noi siamo ad accertare un esodo di giovani verso l'estero che ha fatto raggiungere la cifra negli ultimi dieci anni di un milione e seicento mila persone. Oggi noi abbiamo una comunità registrata all'estero di italiani di sei milioni e seicento mila. E questo è un fenomeno gravissimo perché noi esportiamo il genio italiano. Cioè quei giovani che vengono preparati dal nostro sistema scolastico, professionale e universitario, e che, non trovando sfogo sul mercato, ovviamente lasciano il nostro paese. Però la loro professionalizzazione è avvenuta a spese degli italiani attraverso il sistema scolastico, universitario, dell'istruzione, pagato con le nostre tasse. E noi ci priviamo di questo genio professionale che va a favore invece di altri paesi.

Poi c'è un'altra crisi ed è la crisi istituzionale. Oggi si è persa fiducia nelle istituzioni. C'è uno scollamento tra cittadini e istituzioni. Non si crede più a quello che dicono. Certamente, e a me dispiace ricordarlo, ma in più occasioni proprio il nostro presidente Mattarella, anziché fare il suo dovere di tutelare, di proteggere, di custodire i valori della nostra Costituzione, ha consentito che questi valori venissero calpestati. Prima di tutto violando quel principio del ripudio della guerra che è consacrato all'articolo 11 della Carta Costituzionale. Ma poi concedendosi anche a delle esternazioni pericolosissime. Quando ha affermato più di una volta che bisognava sottrarre sovranità ai parlamenti nazionali per accentrare i poteri decisionali a Bruxelles. E questo è gravissimo. È gravissimo perché è contro i principi della nostra Costituzione. Soprattutto perché noi attraverso questo trasferimento, questa trasfusione di sovranità dal Parlamento nazionale agli organi di Bruxelles, noi non facciamo altro che trasferire i processi decisionali da un organo parlamentare che è legittimato a rappresentare gli interessi del popolo italiano, ad organi di Bruxelles che non hanno una rappresentatività democratica. Perché esiste sì il Parlamento europeo, ma il Parlamento europeo non ha una propria funzione legislativa. Gli articoli del Trattato sull'Unione parlano di co-partecipazione, ma poi le procedure legislative dipendono dalla Commissione e dal Consiglio europeo. E c'è l'articolo 17 del Trattato sull'Unione europea che espressamente afferma che nessuna normativa può essere adottata a livello dell'Unione europea se non viene promossa dalla Commissione. E questo che cosa vuol dire? Vuol dire esautorare il Parlamento dell'Unione europea. Quindi ci hanno dato un Parlamento che non è rappresentativo come funzione legislativa degli interessi dei popoli europei. E questo è una grave carenza democratica. 

Però, fra tutte le crisi, ce n'è una particolarmente grave, secondo me, ed è la crisi di subalternità. L'Italia, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha sofferto di subalternità. Io a questo riguardo cito sempre, perché mi ha fatto impressione, la pagina di un giornale italiano ben noto, Il Messaggero. Un giornale di lunga data, perché ho trovato una copia del Messaggero, edizione del 29 settembre 1949, cioè pochi mesi dopo la firma del Patto Atlantico. Ebbene, perché io ricordo sempre questa edizione del Messaggero? Perché in quella pagina, nella prima pagina, gli editorialisti avevano il coraggio di riconoscere le debolezze con cui l'Italia è uscita dalla Seconda Guerra Mondiale. Si parlava, in quegli articoli, di Italia come nazione minorata. E in effetti l'Italia, purtroppo, è stata bistrattata alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Perché l'Italia è stata considerata solo come un baluardo contro il comunismo, contro il rischio del comunismo. È stata considerata un mercato di sfogo per i prodotti delle multinazionali. Non solo. Ma quell'anno e mezzo in cui l'Italia ha combattuto contro il nazifascismo non è stato riconosciuto adeguatamente dagli alleati. Perché l'Italia ha perso, ha perso tutto. Addirittura ha dovuto cedere non solo le colonie, ma ha dovuto rinunciare alla propria proiezione euro-mediterranea. E poi si sono aggiunte le condizionalità imposte dal patto atlantico, perché siamo stati ovviamente inglobati nel sistema di difesa collettivo. Siamo stati assoggettati alle condizionalità di una architettura europea che ha nel tempo imposto sempre e progressivamente sottrazioni di sovranità a favore di organi non democratici di Bruxelles. Ma la subalternità ha vari aspetti. Ha un aspetto, devo dire, prima di tutto culturale che non è soltanto politico. È una subalternità strategica più che militare. Ma c'è una subalternità ancora più grave, che è quella che ci hanno imposto come educazione mentale dalla fine della seconda guerra mondiale. E cioè la subalternità mentale per cui ci hanno indotti a credere che la libertà di cui il popolo italiano dispone è solo la libertà di decidere come obbedire e non come scegliere il proprio destino. Questa non è fantasia, questa è storia, signori. Basta fare una retrospezione nella storia. Poi guardiamo la realtà di oggi. Oggi noi ci troviamo di fronte ad un bivio. L'Italia deve poter scegliere. Il mondo sta cambiando. Io nella mia introduzione ho fatto riferimento ai due episodi, del presidente tedesco Steinmeier che si meravigliava di dover difendere l'Ucraina dagli Stati Uniti e poi quello di Bruxelles del 6 marzo del 2025, della decisione di stanziare 800 miliardi per il riarmo europeo. Perché questo? Perché ovviamente questi due episodi hanno accelerato il processo di trasformazione della configurazione geopolitica mondiale. Noi vediamo che oggi le alleanze si stanno trasformando. La stessa alleanza atlantica sta subendo dei cambiamenti. Noi vediamo le picconate che proprio l'amministrazione Trump sta dando alla Nato. Sta cercando di dividere nella Nato i membri cosiddetti buoni, secondo lui, dai cattivi. E poi la prova di questo è il fatto che proprio Trump ha annunciato una riunione Nato per il mese di novembre ma non con tutti i paesi membri dell'Alleanza. Solo con alcuni, escludendo gli altri. Questo mi sembra un segnale alquanto indicativo di una volontà di voler incidere sulla compattezza di questa alleanza. Ma domandiamoci allora perché. Vuole dire qualcosa? Perché ovviamente l'amministrazione Trump si è trovata confrontata con una Europa le cui leadership dipendono dal cosiddetto Deep State americano, cioè dall'amministrazione Biden, cioè quella precedente. E di conseguenza Trump è stato costretto a prendere delle decisioni ibride a volte, discutibili, controverse. E la prova di questo è il fatto che, con la Russia ha cercato di aprire un dialogo, però ha dovuto anche tener conto delle pressioni interne del complesso industrial-militare americano. La prova poi di questo riavvicinamento dell'America di Trump alla Russia, è proprio la notizia di ieri con cui gli Stati Uniti e la Russia, la Federazione della Russia, si sono accordati per far fornire agli Stati Uniti e al mercato internazionale da parte della Russia quantitativi consistenti di prodotti energetici, soprattutto gasolio e diesel. Questo nell'ottica di far abbassare i prezzi dell'energia negli Stati Uniti. Certo, nell'ottica di Trump, è una, come posso dire, una sorta di forma egoistica di interpretare i rapporti con la Russia, però sta di fatto che questa sua decisione ha provocato l’opposizione dei paesi europei che appoggiano l'Ucraina, perché hanno visto che acquistando i prodotti energetici dalla Russia, non si farebbe altro che aiutare la Russia a continuare la guerra con l'Ucraina.

Un'alleanza militare non favorisce la pace.

Ebbene, oggi noi ci troviamo con delle configurazioni geopolitiche diverse. Le alleanze, dicevo, si trasformano. Vediamo un altro caso di alleanza che può essere critica. Il Trattato della Mecca, questa alleanza militare conclusa tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Ecco allora che dovremmo riflettere sulla natura e sulle finalità di un'alleanza militare. L'alleanza militare non è vantaggiosa per la pace. Assolutamente no. Perché creare, come è successo, questa alleanza militare tra questi tre paesi che io ho citato, con l'accordo della Mecca, ha subito provocato delle reazioni da parte di altre potenze che stanno cercando oggi di stipulare accordi di alleanza militare con i vicini dei loro nemici. Vediamo l'India che vuole avere rapporti con la Grecia. Perché? Perché l'India sappiamo bene che è in conflitto con il Pakistan. E allora avere la Grecia amica significa avere un paese amico che è ai confini con la Turchia. E così sta facendo anche Israele con Cipro. Ecco quindi che l'alleanza militare non crea sicurezza, ma esaspera le relazioni, esaspera le tensioni, costituzionalizza le pretese che contraddistinguono le posizioni di paesi in conflitto e di conseguenza non fa altro che estremizzare il rischio di entrare in un conflitto. 

Ora l'Italia in tutto questo come si trova? L'Italia si trova esposta ad un rischio enorme. Entrando nella NATO l'Italia ha dovuto accettare le regole dell'alleanza, cioè quella di intervenire quando altri paesi vengono aggrediti. Però in molti casi non si è neanche trattato di un'aggressione perché la NATO purtroppo ha agito, ha agito per primo, è andata ad attaccare per primo senza neanche trovare delle vie risolutive alternative alla guerra. L'Italia oggi quindi si trova come? Si trova come una piattaforma di transito quasi permanente ormai per flussi migratori clandestini. L'Italia oggi è diventata una retrovia logistica per eserciti di altri paesi. L'Italia è diventata un avamposto militare per scatenare delle operazioni militari a danno di altri paesi. E questo ci espone al rischio, al rischio di non solo essere coinvolti nella guerra, ma addirittura di rappresaglia che diventa poi un atto legittimo da parte di altri paesi che si trovano appunto confrontati con questa posizione del nostro paese. Allora come possiamo risolvere la questione dell'Italia?

Il mondo è cambiato.

L'Italia, dicevo prima, deve ripensarsi e deve capire quali sono i suoi interessi nazionali oggi. Perché il tempo è passato dalla seconda guerra mondiale e non è possibile che gli interessi nazionali dell'Italia che abbiamo rilevato nel dopoguerra possano essere gli stessi a distanza di 70-80 anni. Eh no, il mondo è cambiato. Il mondo si sta riconfigurando, si sta riplasmando. Molte crisi stanno diventando strutturali e poi in Europa abbiamo, e lo vediamo tutti i giorni, ne abbiamo la prova, in Europa abbiamo una deriva autocratica di Bruxelles. Allora domandiamoci quali sono i nostri interessi nazionali. E la prova è l'esame storico. L'Italia non ha innanzitutto interesse nazionale ad appartenere ad alleanze militari. Perché l'appartenenza ad alleanze militari per l'Italia, con la posizione geografica che ha, con questa ubicazione geostrategica esclusiva in tutta l'Europa, non ha interesse ad appartenere alla logica dei blocchi militari. No. L'Italia vede un interesse nazionale invece nell'assecondare i processi di pace, i processi di distensione, perché ne ha tutto il vantaggio. E poi l'Italia ha un altro interesse nazionale oggi, cioè quello di recuperare la sua proiezione euro-mediterranea. Perché la proiezione euro-mediterranea è quella congenita all'Italia, non la proiezione euro-atlantica. Perché noi abbiamo visto che quando l'Italia ha cercato un protagonismo nell'area euro-atlantica, ebbene, ne è uscita sconfitta o perlomeno umiliata. E ne abbiamo testimonianze oggi, soprattutto quando si parlava di creare un ponte tra gli Stati Uniti e l'Europa. Il nostro governo Meloni si è offerto a fare da ponte, però poi cosa è successo? Nulla. Perché l'Italia non è arrivata a diventare il vero ponte. Il vero ponte italiano non è mai esistito. L’Italia è stata scavalcata da altre iniziative di altri paesi. E noi oggi quindi ci troviamo di fronte ad una situazione pericolosissima, perché non solo attraverso l'Alleanza Atlantica noi siamo esposti al rischio di coinvolgimento in guerre e a rappresaglie, ma anche attraverso la stessa Unione Europea. E forse addirittura il rischio di coinvolgimento in guerre che noi abbiamo con l'Unione Europea è persino più alto di quello della NATO. E vi spiego perché. La NATO funziona sulla base dell'articolo 5, credo che sia un fatto ben noto. L'articolo 5 previsto dalla NATO prevede per la difesa di uno Stato membro aggredito non l'intervento immediato, ma prevede una gradualità di misure che il singolo Stato che deve entrare in soccorso dell'aggredito può adottare. Poi si parla di misure non necessariamente militari. Le misure di carattere militare sono quelle che possono essere decise proprio in ultima istanza. Quindi la NATO prevede la difesa individuale e collettiva, ma la prevede in maniera progressiva, quindi lasciando un margine iniziale di discrezionalità al Paese membro.

L'Unione Europea no. C'è l'articolo 42.7 del trattato sull'Unione Europea che già predispone un'alleanza militare che affianca quella atlantica della NATO. L'articolo 42.7 afferma chiaramente che in caso di aggressione di un Paese dell'Unione Europea, tutti gli altri Paesi membri hanno l'obbligo di intervenire in suo soccorso. Questa è la frase che usa l'articolo 42.7. Non parla di misure graduali e progressive. Dice che in caso di aggressione di un membro tutti gli altri membri devono immediatamente, con ogni possibile mezzo, intervenire in suo soccorso. E poi c'è un altro elemento grave. La limitazione geografica. La limitazione geografica che dà l'articolo 5 della NATO è quella riferibile all'area europea e nord americana. Quindi non interessano aggressioni che avvengono al di fuori di queste due aree geografiche. Lo dice l'articolo 5 espressamente. L'articolo 42 del Trattato sull'Unione Europea non fa differenza geografica. E questo significa che l'obbligo di intervenire da parte di un Paese membro al soccorso di un altro membro si può e si deve realizzare anche in presenza di un attacco per esempio ad un possedimento d’oltremare di un Paese europeo che ha avuto nel passato delle colonie. E questo è gravissimo perché allarga lo spettro geografico del rischio di coinvolgimento. Ecco perché io dico che questi due elementi, l'articolo 5 della NATO e il 42 del Trattato sull'Unione Europea sono due punti di riferimento che devono essere ben tenuti a mente. E naturalmente l'attuale processo di militarizzazione che è stato avviato proprio dal 6 marzo del 2025 con uno stanziamento di 800 miliardi di euro per il riarmo, ovviamente questo processo di militarizzazione fa leva proprio sull'articolo 42. Già noi abbiamo degli organi militari all'interno dell'Unione Europea. C'è il Comitato Militare, c'è l'Agenzia di Difesa Europea, c'è l'EDIP, un programma che predispone finanziamenti per l'acquisto di materiali militari. Però oggi si parla di riforma della nuova Unione Europea. C'è qualcuno in Nord Europa che vorrebbe addirittura togliere il principio del voto all'unanimità al Consiglio Europeo. E questo significa che ovviamente le decisioni vengono prese a maggioranza, maggioranza qualificata ovviamente, così che il Paese che non vuole per qualche motivo nazionale partecipare è invece costretto a veder approvare la risoluzione che viene decisa. Quindi il rischio è altissimo. Occorre uscire da questo vicolo cieco, perché si tratta di un vicolo cieco, se noi lasciamo andare avanti questo corso di militarizzazione noi ci troveremo veramente in una posizione estremamente esposta e rischiosa.

La militarizzazione comporta costi e sottrae risorse alle economie nazionali.

Ma questa militarizzazione non è solo da valutare in termini di rischio militare, è una militarizzazione che costa, sottrae risorse alle economie nazionali. Noi abbiamo una sanità che non funziona, abbiamo le scuole che devono essere rivedute, ristrutturate, abbiamo anche da sviluppare il sistema della ricerca. Ora noi ci troviamo veramente in condizioni di impoverimento proprio per via della sottrazione di importanti risorse strategiche che invece vengono devolute alle armi, alle armi e al finanziamento delle guerre. Non per niente qualcuno in Italia si sta lamentando del fatto che mentre le nostre pensioni sono ferme, in Ucraina si sono permessi di aumentare le pensioni quest'anno del 12%. Magari avessero previsto una misura del genere per le pensioni italiane! A questo punto la via per uscire dal vicolo cieco non può essere che la neutralità dell'Italia.

Limitazioni di sovranità solo nel rispetto della Costituzione

E questo progetto di neutralità per il quale il “Comitato Italia Neutrale” è stato da me promosso, facendosene patrocinatore, è un progetto che punta non soltanto a introdurre lo stato di neutralità all'articolo 11 della Costituzione, poi sarò più dettagliato in questo, ma ha anche un'altra finalità, cioè quella di porre delle garanzie di costituzionalità quando si tratta di aderire ad un'organizzazione internazionale che comporta le limitazioni di sovranità. Perché se noi andiamo a leggere l'articolo 11 si parla di consenso, cioè che l'Italia acconsente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un'organizzazione internazionale tesa alla pace e alla giustizia internazionale, ma a quali condizioni? A una sola, cioè a parità di condizioni con gli altri stati. E cosa significa questo? Non significa nulla, perché ogni Stato che partecipa ad un'organizzazione internazionale ha i propri interessi, che sono diversi da quelli di altri paesi. E c'è da dire un'altra cosa, che non esiste, ed io lo so per esperienza ministeriale essendo stato proprio all'ufficio trattati e del contenzioso diplomatico, non esiste un trattato internazionale che sia privo di riserve apposte da alcuni paesi membri nell’aderire a quell'organismo internazionale. E il meccanismo delle riserve altera il principio della parità di condizioni fra i paesi. Ecco dunque la necessità che oltre a inserire lo status di neutralità in Costituzione noi dobbiamo inserire anche delle precise garanzie di costituzionalità in caso di limitazioni di sovranità. Uno dei casi più appariscenti e pericolosi è quello dell’OMS, dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Voi sapete che la tecnocrazia di questa organizzazione della sanità sta cercando di accentrare il potere decisionale per la gestione delle pandemie a livello planetario. Quindi sottraendo competenza agli Stati membri. Allora, a questo punto cosa significa? Che se noi poniamo queste garanzie di costituzionalità a ogni limitazione di sovranità deve corrispondere non solo questo principio della parità di condizioni, ma la condizione esclusiva e inderogabile che la limitazione stessa sia conforme ai principi e ai diritti tutelati dalla Costituzione. Quindi a ogni limitazione deve corrispondere un preciso compito di conformità ai principi costituzionalmente garantiti. Qui c'è la neutralità come status, ovviamente, che è il fulcro della nostra innovazione. E noi vogliamo inserire questo principio della neutralità proprio per dare contenuto concreto a quel principio già esistente del ripudio della guerra. E io dico questo perché la nostra carta costituzionale in fondo non è estranea al principio della neutralità, anzi tutt'altro. Se noi andiamo a vedere i lavori preparatori della Costituzione svolti dall'Assemblea Costituente tra il 1946 e il 1947, noi troviamo degli elementi concreti nel dibattito all'interno dell'Assemblea Costituente sulla posizione dell'Italia a riguardo delle alleanze militari. Voglio citare solo due padri fondatori della Costituzione, Ugo Damiani e Leo Valiani. Li cito perché sono stati molto espliciti nelle loro affermazioni all'epoca e sono questi documenti oggi rintracciabili. Ugo Damiani diceva che il pericolo delle guerre è tale che noi dobbiamo educare gli italiani ormai non più alla guerra come mezzo di strumento o come mezzo di soluzione delle crisi, ma noi dobbiamo educare gli italiani alla convivenza pacifica. E quindi questo era importante già allora per introdurre questo elemento nella cultura politica del tempo. Poi, più esplicito ancora, Leo Valiani. Il quale già all'epoca ha fatto stato dell'esistenza di forti pressioni sull'assemblea costituente stessa affinché l'Italia potesse aderire a un blocco militare. O quello di sinistra o quello di destra. E da lì Leo Valiani ha affermato esplicitamente che l'Italia non avrebbe dovuto appartenere a nessuna alleanza militare. Ecco quindi che il principio della neutralità non è, come ho detto all'inizio del mio intervento, una sorta di azzardo politico. No, perché è stata la neutralità considerata già al tempo dell'assemblea costituente come valore per il nostro Paese. E oggi la neutralità sarebbe proprio la via per evitare al nostro Paese quella subalternità storica di cui è vittima ormai dalla fine della seconda guerra mondiale.

La neutralità privilegia la diplomazia preventiva rispetto alla violenza e alle armi per la risoluzione dei conflitti.

Neutralità per l'Italia non vuol dire fuga dalla realtà. Perché qualcuno potrebbe dire – io ho sentito qualche critica alla neutralità – dice, eh ma la neutralità è una forma di debolezza. No, non è debolezza. La neutralità è consapevolezza della necessità di far prevalere la coesistenza pacifica sull'altro principio del ricorso all'uso della violenza e delle armi per risolvere i conflitti. Poi non è neanche voltare le spalle alla storia. Perché proprio con la neutralità l'Italia, che storicamente è un Paese che ha sempre, nei secoli, dedicato se stessa alla pace, al diritto internazionale, è stata la culla della coesistenza pacifica. Dunque, l'Italia deve poter essere un Paese dedito alla mediazione, dedito alla coesistenza, dedito alla convivenza tra le nazioni. E questo significa che si potrebbe benissimo dare un nuovo compito al nostro corpo diplomatico. La diplomazia italiana, anziché cercare di introdursi in pericolosi angoli della belligeranza mondiale, dovrebbe oggi invece, meglio di tanti altri Paesi, adottare la neutralità per creare una diplomazia preventiva, cioè una diplomazia che serva a percepire le aree di rischio, i rischi di crisi, e cercare di risolverli per tempo. Quella sarebbe la grandezza della nuova Italia che potrebbe nascere dalla neutralità. Poi ci troviamo in una regione a statuto speciale, Trentino-Alto Adige, e qui in particolare c'è l'autonomia delle province di Trento e di Bolzano. Ebbene, io voglio dire che la neutralità la considero una riforma storica per l'Italia, ma la considero anche una riforma madre di tutte le riforme, perché non si può parlare di vere riforme nell'economia, per la politica a favore delle piccole e medie imprese, oppure per la scuola, per la sanità, se noi non riusciamo a recuperare l'autonomia e l'indipendenza dei nostri processi decisionali, cioè la nostra sovranità. L'Italia quindi deve guardare alla neutralità anche come strumento per consolidare e garantire le autonomie regionali. Perché la sottrazione di sovranità che avviene soprattutto a livello di alleanza atlantica e di unione europea va a danno della stessa regione che vanta lo statuto speciale e la sua autonomia decisionale. L'Articolo 117 della Costituzione prevede espressamente che tutte le regioni, comprese anche le province autonome di Trento e di Bolzano, debbano dare esecuzione e realizzazione agli accordi internazionali e agli atti dell'Unione Europea nell'ambito delle materie di loro competenza. Ecco allora che un recupero di sovranità a livello nazionale si riflette implicitamente, automaticamente, sulla tutela delle autonomie decentrali. 

La neutralità come valore di liberazione

Poi c'è la neutralità come valore di liberazione. Liberazione dal vassallaggio politico che ormai conosciamo bene, liberazione dalla dipendenza economica. Perché purtroppo l'Europa ha trovato nel debito pubblico italiano, un bellissimo strumento per poter ricattare il nostro Paese. Più debito abbiamo, più esposti siamo alle condizionalità dell'Unione Europea. E quando si perde la capacità di essere solvibili per i propri debiti, si perde l'autonomia, si perde l'indipendenza, si perde la sovranità. 

E poi c'è un'altra liberazione, quella più importante, e finisco. La liberazione dall'incubo della guerra. Con la neutralità noi non dobbiamo guardare alla possibilità di avere una politica di difesa che si dice forte in quanto vince tutte le guerre. No. Una forte politica di difesa è quella che ovviamente non crea il nemico, ma che anzi rende inutile combattere le guerre. Con la neutralità noi garantiremo un futuro di pace per le nostre future generazioni, per i nostri figli, per i nostri nipoti. Perché oggi i ragazzi come mio figlio, che ha 11 anni, fra 10 anni potrebbero essere chiamati a combattere guerre su frontiere che hanno deciso altre potenze. E questo non lo dico io, lo dicono i militari. I militari del Comitato Militare della NATO, dell'Unione Europea. C'è Rob Bauer, un alto generale olandese, che dice che sarà inevitabile il conflitto con la Russia entro 15 anni. E c'è anche Patrick Sanders, un britannico, che dice la stessa cosa, per non parlare poi di un famoso gerarca militare britannico, Richard Shirreff, il quale addirittura dice che la Russia è in preda ad un revisionismo storico. Per cui la Russia, dopo l'Ucraina, dovrà arrivare per forza con il proprio esercito a conquistare Lisbona e Portogallo. Ma questa è fantasia compulsiva, signori. Non c'è nessuna prova di questo. Ecco perché ci vogliono indurre a credere che noi dobbiamo armarci. Ma come è successo con il Covid-19, che ci hanno imposto delle misure irrazionali, delle misure al di là di qualsiasi logica sociale, solo per favorire Big Pharma e le imprese di Big Pharma, oggi, con lo spauracchio della Russia, ci vogliono far credere che noi dobbiamo armarci per la difesa nostra, a danno ovviamente delle nostre economie e delle nostre società.

 

Domande e risposte

Domanda 1: “Cosa ne pensa dell'esercitazione della NATO che è stata programmata per l’ottobre in Italia?”

lo dico chiaramente anche perché l'ho annunciato questo mio pensiero critico proprio su facebook sulla mia pagina.

Io ho appreso forse tra i primi di questa esercitazione della NATO perché ho trovato la notizia filtrata da peace-link che è un'associazione votata l'informazione per la pace e così via e questa informazione si passa su un bollettino aeronautico che è stato pubblicato surrettiziamente senza che se ne desse notizia a livello ufficiale il 20 agosto dall’ENAV che è l'ente per l’assistenza aeronautica.

Ebbene in questo bollettino è stata praticamente fatta chiaramente la definizione delle aree in Italia dove dovrà aver luogo questa esercitazione militare tra il 13 e il 20 ottobre. Ma noi abbiamo assistito anche ad altre esercitazioni militari, quelle tradizionali, quelle con armi convenzionali cosiddette. Questa no, questa è diversa perché si tratta di un'esercitazione militare della NATO con finalità di deterrenza strategica nucleare; ora molto presto che cosa vuol dire questo? È gravissimo, vuol dire che l'Italia a questo punto è entrata a pieno titolo negli action plans della Nato per essere un paese inserito in un possibile quanto probabile scenario di guerra atomica, e noi che abbiamo oltre 120 basi militari tra Nato e americane nel territorio nazionale, noi siamo esposti altamente, noi siamo veramente un'area critica per questo, perché noi siamo esposti a rischio di rappresagli, qualora dovesse esserci un conflitto.

Non solo, ma sul nostro territorio abbiamo delle basi militari dove custodiscono - senza che l'Italia abbia il controllo - addirittura le bombe atomiche. Abbiamo qui vicino Aviano, dove si sa benissimo che ci sono armamenti nucleari. Ghedi, un'altra base militare, in Lombardia, e poi abbiamo le altre aree che vengono proprio citate dal collettivo aeronautico dell'Enav, e cioè le basi in Puglia, Gioia del Colle, Amendola, Sicilia, Trapani e Salto di Quirra, poligono militare in Sardegna. La Sardegna poi è costellata di basi militari. Io in Sardegna ci passo l'estate, quasi tutti gli anni, addirittura proprio in Gallura, dove io vado a villeggiare durante l'estate. E proprio l'altr’anno ho assistito, questo lo dico come curiosità, a un fatto molto strano, e cioè che i militari dell'esercito israeliano sono venuti in un hotel vicino Santa Teresa Gallura, a rilassarsi dopo gli eccidi commessi in Palestina. Ma guarda caso, notizia di adesso, che si sta creando una sorta di fenomeno di colonizzazione da parte degli israeliani in Italia. Stanno acquistando intere aree urbane in varie regioni, in Piemonte, nel Veneto, ma anche in Sardegna. Perché guarda caso, quella stessa località dove l'altro anno sono venuti i militari a rilassarsi è uno degli obiettivi, uno dei target per il trasferimento di coloni israeliani. E questa non è un'altra forma di subalternità? Aggiungiamo allora alla subalternità della NATO, quella subalternità dell’Unione Europea, ed adesso anche la subalternità a Israele.

Domanda 2: “Insomma, brevemente, la neutralità doveva essere la risposta all'esposizione a degli enormi rischi. C'è una panoramica di rapporti di forza attuali. Non c'è poi il rischio, una volta fosse possibile ottenere questa neutralità, delle ritorsioni dei nostri alleati? E poi volevo fare una considerazione sulla disillusione che si può avere rispetto all'aspettativa dell'Unione Europea, considerando che questa è la terra di Alexander Langer, che per questo ha investito la sua vita. 

Rispondo alla sua domanda brevemente, perché è una domanda certamente interessante, però si presta anche ad una certa sintesi. La ritorsione da parte di quali paesi? Certamente se l'Italia decidesse a livello di governo oggi di ritirarsi dalla Nato sarebbe un atto unilaterale, unilaterale una scelta di governo che naturalmente potrebbe, come giustamente Lei ha rilevato, potrebbe suscitare qualche perplessità, qualche, come posso dire, qualche reazione emotiva se non altro, da parte di altri Paesi membri, però la nostra iniziativa si pone in una prospettiva diversa, cioè non è più qui il governo che prende l'iniziativa e decide di uscire dall'Alleanza. Qui si tratta di una iniziativa legislativa popolare a termine dell'articolo 71 della Costituzione, per cui una volta che questa iniziativa, questo progetto di legge, di modifica della Costituzione, vi è presentato in Parlamento, discusso e accettato dal Parlamento come organo rappresentativo, come volontà del popolo italiano, qui non c'entra più il governo, qui c'entra il popolo italiano e allora il governo avrebbe il compito di fare solo da ambasciatore, diciamo, e cioè di comunicare agli altri paesi, i membri dell'Alleanza, che è il popolo italiano che ha deciso questo nuovo orientamento storico, politico e geopolitico. Ma poi perché ci dovrebbe essere una ritorsione? Guardiamo bene la realtà di oggi. Il progetto della neutralità, qualcuno lo potrebbe percepire come, ho detto in premessa, come una provocazione. Ebbene, noi oggi ci troviamo di fronte ad una situazione geopolitica favorevole per la neutralità dell'Italia, favorevole per questa iniziativa. Perché? Perché vediamo che innanzitutto c'è una Nato che è sostanzialmente indebolita. Non possiamo più dire che la Nato di oggi è la Nato della guerra fredda. No. Oggi esiste una spaccatura all'interno della Nato di cui proprio l'amministrazione americana ci dà testimonianza. E poi c'è anche un altro punto fondamentale. C'è l'interesse dell'amministrazione americana a ritirarsi militarmente dall'Europa. Questa accelerata del diario europeo viene ben vista da Washington. Proprio a fronte del proprio disimpegno dall'Europa. Perché l'America dice che gli europei si devono armare? Ma certo lo dice e gli europei naturalmente hanno accettato ben volentieri perché anche loro hanno altri interessi. Però il diario europeo non è altro che la risposta che si dà tra l'altro al proprio disimpegno militare dall'Europa. Perché l'America non guarda più al nostro continente come ad un'area veramente strategica. Dicevo poc'anzi che c'è una riconfigurazione generale delle aree strategiche, delle alleanze, delle forme di cooperazione a livello planetario. E oggi l'America guarda altrove. Oggi l'America guarda soprattutto a se stessa. Guarda al nord e al sud e al centro America. Guarda l'Indo-Pacifico. Ma non più all'Europa. Allora, se le cose stanno così, vediamo cosa succede sul versante opposto, quello del presunto nemico, cioè la Russia. Anche la Russia vedrebbe con favore una neutralità dell'Italia. Se noi guardiamo bene la nuova dottrina nucleare della Federazione Russa adottata due anni fa, noi noteremo che uno dei fattori geopolitici che la nuova dottrina prende in considerazione è proprio quello del fattore alleanze, del fattore interessi condivisi per la cooperazione e la neutralità. Quindi un cordone di paesi neutrali in Europa sarebbe un elemento estremamente positivo. Sia la garanzia dell'amministrazione americana, ma sia anche del Cremlino di Mosca. Perché Mosca vedrebbe in questa presenza di paesi neutrali un fattore di stabilità nella costruzione della nuova architettura di sicurezza euro-asiatica. E noi lì che dobbiamo puntare. La neutralità dell'Italia diventa fattore di stabilità per l'architettura di sicurezza euro-asiatica. 

Domanda 3: “Questa iniziativa come funziona, che cosa viene allora proposto dal vostro comitato, in che maniera si procede? Praticamente, firmando. Se molte persone firmano in Comune questa proposta. E poi questa proposta di legge va in Parlamento, giusto?”

Sì. La raccolta firme è prevista dalla legge. L'articolo 71 della Costituzione prevede almeno 50.000 firme. E noi dobbiamo raccogliere queste firme, è essenziale. Perché solo con 50.000 firme raccolte, noi siamo autorizzati come promotore di questa iniziativa legislativa, a presentarla al Presidente di una delle due Camere del Parlamento. Una volta presentato il progetto di legge in Parlamento, ovviamente il Parlamento lo recepisce e ogni Camera lo mette fuori all'ordine del giorno secondo le proprie esigenze e i propri regolamenti. Ma non decade. Non pensiate che adesso che si parla di elezioni prossime, nel 2027, se noi presentiamo questo progetto in Parlamento, decadendo il Parlamento decada anche il progetto. No. I progetti di legge, di iniziativa popolare, che non vengono discussi in questo periodo di tempo, permangono all'ordine del giorno della Camera e del Senato e vengono trasferiti alla nuova legislatura. Naturalmente però, quello che io dico è che non ci facciamo illusione. Io sono il primo che promuove questa iniziativa legislativa, però sono anche il primo a capire le difficoltà che ci sono. Perché noi con questa iniziativa andiamo a scontrarci con interessi, interessi finanziari, del gruppo industriale militare. Quindi è chiaro che io non mi aspetto da questo governo, da questo Parlamento, un appoggio così libero, incondizionato all'iniziativa. Però importante è che arrivi in Parlamento perché il tema della neutralità dell'Italia deve diventare tema di dibattito nazionale. È importante, data la rilevanza storica che ha questo progetto, per dare un cambiamento al ruolo e alla proiezione geopolitica dell'Italia, è importante che la neutralità come valore entri nella cultura politica degli italiani. E questo è il fine, soprattutto. Poi, una volta entrata nella cultura politica italiana, la neutralità, io sono sicuro che prima o poi troveremo le forze politiche che potranno sostenere questo progetto per portarlo alla realizzazione. Piace a troppi Italiani, io lo ho constatato di persona. Piace qui al nord, nel Trentino-Altoadige, piace in Sicilia, piace in Sardegna, piace a Roma, dappertutto incontro persone che mi caldeggiano in questa iniziativa. E' proprio nell'animo degli italiani di oggi che si rendono conto delle grosse responsabilità che incombono  sulle nuove prossime generazioni, ebbene sono proprio queste persone che si rendono conto dei rischi che noi oggi incorriamo con questa nostra militarizzazione.

Domanda 4:; “Grazie, allora per me è un potenziale grandissimo, mi piace tantissimo il progetto. Sappiamo che fino al 24 di ottobre i cittadini possono firmare nel Comune, in ogni comune, nel Sudtirolo e anche nel Trentino, e fino al 10 novembre possono firmare digitalmente. Allora abbiamo poco tempo per raggiungere le 50.000 firme, come andrà avanti nel caso che non avessimo raggiunto le 50.000 firme? Il progetto andrà avanti?” 

Certamente andrà avanti, io non mi arrendo, mi dispiace. Io ho fondato questo Comitato Italia Neutrale proprio perché ho pensato che la neutralità non è soltanto un fatto contingente del momento, è un valore. Un valore che va acquisito storicamente dal nostro Paese. E quindi io continuerò, nonostante l'eventuale mancata, mancato raggiungimento del quorum, delle firme, io continuerò a promuovere la neutralità e continuerò anche a riproporre un altro progetto di legge, della nuova legislatura, proprio per rendere ancora più concreta questa realtà.

“Ottimo, grazie. E' un'ottima occasione di parlare di questo tema perché io sto iniziando a capire il grande potenziale della neutralità.”

 

Domanda 5: “Quante firme sono state raccolte in Italia finora?”

La cifra esatta non posso saperla perché l'esercizio di raccolta è ancora in corso, però possiamo sapere le firme online. Le firme online che si aggiornano continuamente di ora in ora oggi sono arrivate a 25.890 firme. Quindi siamo oltre la metà. Non abbiamo una grandissima prospettiva, io mi sarei aspettato di arrivare solo online a 50.000 firme prima della scadenza, però siamo arrivati a 25.890 firme.

“In quanto tempo si è arrivati?”

Il periodo di raccolta firme è iniziato a maggio, il 10 maggio, e quindi scade il 10 novembre . 6 mesi di tempo. Però abbiamo avuto, purtroppo, la pausa estiva e durante l'estate c'è stato un rallentamento per motivi vacanzieri ovviamente da parte di tutti i promotori per cui io stesso ho dovuto rallentare la mia attività promozionale. Però oltre alle firme online sappiamo che abbiamo le firme raccolte dai Comuni e abbiamo interessato come Comitato tutti gli 8.000 Comuni italiani. Quindi fra 8.000 Comuni io spero di poter raccogliere un numero consistente di firme. Ma poi abbiamo anche le firme raccolte dai sostenitori del momento che hanno voluto organizzare dei banchetti per poter raccogliere le firme. Perché questo progetto dell'iniziativa legislativa è un progetto trasversale, non ha nessun carattere politico ed è anche apartitico, per cui il progetto nasce proprio dal punto di vista ideologico come un valore nazionale trasversale per tutti i cittadini italiani. Naturalmente chi vuole aderire aderisce, chi vuole promuovere può promuovere rispettando però le regole che sono state previste dalla legge 352 del 1970 che prevede dei moduli di un certo tipo di formato con il titolo del progetto di legge che viene riportato, il modulo va vidimato dalle procure e poi la firma va autenticata da un funzionario o del Comune oppure da un avvocato certificatore. Quindi queste sono le tre procedure per la raccolta delle firme, quella spontanea di chi vuole aderire, quella dei Comuni e quella online. Quella online sarebbe la più facile perché basta fare un click e si firma.

“È valida?”

Ma certo che è valida, anzi è garantita dal Ministero della Giustizia.

“Sì ma deve essere con lo SPID?”

Con lo SPID sì, certo è valida perché per firmare bisogna avere lo SPID oppure la carta d’identità elettronica. Con lo SPID o la carta elettronica si accede alla piattaforma del Ministero della Giustizia che garantisce la regolarità della procedura di raccolta e anzi dice molto di più. Dice non soltanto il numero delle firme raccolte, momento per momento, ma può dare anche informazioni sulla provenienza, informazioni sulla provenienza regionale o provinciale delle firme. 

Domanda 6: “Secondo Lei cosa arriva prima, la neutralità o la sovranità nell'Italia?”

Questa domanda veramente la trovo eccitante, la trovo eccitante, perché sono due elementi che sono con-sustanziali, cioè fanno parte della stessa essenza, cioè non si può avere la sovranità senza una neutralità vera perché la neutralità vuol dire autonomia, vuol dire indipendenza. E la sovranità è questa. Chi non controlla, questo lo voglio dire espressamente, chi non controlla la propria sicurezza non controlla i propri processi decisionali. Ma per controllare i processi decisionali bisogna essere in autonomia e indipendenza, soprattutto in materie fondamentali a livello di rapporti internazionali, e cioè politica estera e politica di difesa. Perché questi sono i due settori fondamentali dove la sovranità ha una concreta esternazione. E quando parliamo di sovranità parliamo di un elemento che è costitutivo della comunità internazionale degli Stati oggi. Perché ci sono i globalisti che vorrebbero i cieli aperti, cioè vorrebbero eliminare, eliminare tutte le frontiere, tutte le barriere, vivere come nella canzone dei Beatles “Imagine”. Quindi voglio dire, questo non è possibile oggi come oggi. Certo, idealmente sarebbe bello che dal polo nord al polo sud, dall’ equatore al tropico, eccetera, fossimo tutti liberi di muoversi liberamente. Ma la realtà di oggi non è così, perché la comunità internazionale è una comunità che ha un suo ordinamento giuridico, benché qualcuno abbia detto sì, il diritto internazionale… ma fino a un certo punto. Mi dispiace, questo per me è pura ignoranza giuridica. Perché anche se non c'è un'autorità a livello di comunità internazionale che può dirimere le controversie perché manca un'autorità congenita, come a livello interno, a livello internazionale le controversie, gli attriti, le conflittualità vengono gestite direttamente dagli Stati Questo però non è una forma di debolezza, ma è una tipica forma espressiva della comunità internazionale che si basa su soggetti dotati di una propria sovranità. Ecco che oggi non è possibile immaginare dei rapporti internazionali con paesi che siano privi della sovranità. Però purtroppo è quello che sta succedendo con l'Unione Europea, perché proprio questa ci vuole togliere la sovranità per accentrarla essa stessa . E il fenomeno è pericolosissimo, perché noi stiamo assistendo, oggi, ad un accentramento sovranazionale dei poteri decisionali anche in materia di politica estera e di difesa. Ed è quello che sta succedendo sotto i nostri occhi.

Conclusione

Non posso che ringraziare innanzitutto Lei come organizzatore di questa serata, di questa conferenza-dibattito che ha dato l'opportunità non soltanto a me di parlare del progetto della neutralità che ritengo un interesse trasversale per tutti gli italiani, ma anche per aver coinvolto altri soggetti interessati per finalità diverse, collaterali a questo progetto di rinnovamento dell'Italia nel senso della neutralità e della pace. Mi riferisco appunto al progetto della meditazione trascendentale di cui si è parlato poc'anzi e ritengo che sia la premessa questa per una forma di rieducazione della società verso nuovi valori, i valori della coesistenza pacifica, perché è ora, credo, che la comunità internazionale si renda conto di una esigenza fondamentale, cioè che i rapporti fra Stati non debbano più essere impostati in base a dei calcoli di forza, cioè la società internazionale non deve più basarsi sui rapporti di forza come principio per spiegare le dinamiche internazionali, ma deve adottare il principio della coesistenza pacifica e la coesistenza pacifica naturalmente presuppone il concetto di pace. Poi ci arriviamo alla pace anche attraverso l'educazione personale, l'educazione psicologica, perché no? Però la pace, giustamente, come diceva Lei, la pace è un valore che praticamente nasce non come alternativa alla guerra. La pace non può essere un'opzione. La pace, e questo tengo a precisarlo, è una precisa scelta politica da assumere con responsabile consapevolezza. E per la consapevolezza arriviamo all'educazione di cui Lei parlava prima, attraverso la meditazione, perché no? Poi c'è il progetto Wir-Noi che credo che possa essere benissimo condiviso con il nostro progetto di neutralità e anzi spero veramente di trovare delle consonanze per poter andare avanti anche in futuro, proprio partendo dalla regione del Trentino-Alto Adige, una regione di confine, una regione autonoma che ha i suoi valori e che proprio attraverso la neutralità può consolidare, può tutelare meglio questi valori della autonomia già decentrata, questo è fondamentale.

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